Rapsodia in nero – Settima puntata

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7 – “ch’ogne lingua devèn, tremando, muta” – di Massimo Soccol

I fogli gli passavano veloci tra le mani senza lasciargli nulla nella mente. Cartelle cliniche fitte di informazioni, grafici e analisi di vario tipo venivano setacciati dalle sue pupille senza inviare nessuna informazione al cervello.

Ma lui non se ne rendeva conto, ci vollero tre richiami della sua assistente per farlo uscire da quella trance autoindotta. “Dottor Folder, il suo caffè. Si sarà freddato ormai, glielo porto via?”

Ridestandosi all’improvviso “Sì, grazie Annette. Oggi non è giornata.”

“Lo vedo dottore, qualcosa la preoccupa?”

Annette, la sua assistente da più di cinque anni lo conosceva ormai più che bene ed era sinceramente preoccupata.

“No, è tutto a posto. Sono solo un po’ stanco. Lui non era bravo a mentire, non ancora almeno.

“Fatico a dormire ultimamente e il lavoro non mi da tregua.”

La scusa era pessima poiché nell’ultimo anno c’era stato un calo del numero delle pazienti, per loro fortuna, ma Andrew Folder non si accorse della mal caduta e ripiombò con noncuranza nei suoi pensieri. In realtà non erano tanto complessi, né molto profondi, semplicemente non gli davano tregua con la loro semplice e tormentosa insistenza.

G e T, due lettere che erano riuscite a mutare in un istante lo sguardo della sua paziente. Era riuscito a risollevarla dalla situazione tragica in cui versava, ma quella busta, con quelle dannate iniziali, aveva annullato tutti i suoi sforzi.

 

Perché lei si era terrorizzata in quel modo? Perché la sfrontata e impudente Diletta Marshall, affetta da carcinoma al seno, arrabbiata col mondo, pronta a prendere a pugni chiunque la contrariava era stata annientata con tanta facilità da una semplice busta? Cosa c’era al suo interno?

Le domande erano sempre le stesse, si intervallavano tra di loro, si aggrovigliavano compenetrandosi selvaggiamente. Litigavano l’una con l’altra per avere il predominio nella sua mente lasciandolo smarrito e indifeso. Alla fine l’unica cosa che gli rimaneva di quell’assurda girandola era un sapore salato sulle labbra ed un profumo carnoso che gli veniva alitato in faccia.

Il volto di lei, la camicia sbottonata sui fianchi, le sue gambe… tutto di lei si era saldato nella sua mente. Il tepore di quella stretta lo annullava completamente.

Poi qualcuno bussò alla porta. Lui trasalì. Una paziente lo stava attendendo.

Forse era lei.

Il cuore iniziò a martellare con furia, i palmi delle mani si fecero umidi e un senso di smarrimento lo afferrò alla gola. La voce femminile che proveniva dalla sala d’aspetto non lasciava dubbi.

La porta si aprì e la corpulenta signora Mitchell si presentò a lui. Cinquantacinque anni, reduce di tre operazioni e distrutta nel fisico, però sempre di buon umore.

“Buongiorno dottore, sono arrivati i risultati delle mie analisi. Li possiamo controllare assieme?”

Il volto di Andrew riprese colore, il respiro si regolarizzò e con fare cordiale rivestì i panni del dottore premuroso: “Si accomodi Juliette, la stavo aspettando. Ho proprio qui i suoi referti medici.” E dicendo così si accorse di cosa stava leggendo fino a cinque minuti fa. Iniziò a non sentirsi a proprio agio in quella parte. Gli risultava falsa. Era cambiato.

La visita di controllo scivolò via velocemente, la paziente non aveva più nulla ormai. Aveva svolto un ottimo lavoro e lei era tornata alla normalità. Chissà cos’era la normalità per Juliette Mitchell.

Una vita ordinaria senza troppi fronzoli per la testa? Una casa da accudire con pranzi e cene sempre puntuali?

Oppure era una viaggiatrice? Forse una festaiola?

Il faccione rubicondo e contrariato della Mitchell gli apparve nella mente e scacciò velocemente quei pensieri. Juliette era una persona ordinaria, normale, come lo era lui.

Ma non come lo era lei. Capendo che la sua vita si era ormai incanalata in una direzione gettò lo sguardo sulle carte della prossima paziente rassegnandosi al fatto che certe morbose fantasie dovevano rimanere confinate nella mente che le aveva partorite.

Ricominciò a leggere dati che non analizzava, il suo sguardo sorvolava istogrammi ingrigiti e non si accorse che la sua assistente gli aveva portato nello studio la successiva paziente. Quando la presenza delle due donne invase i suoi pensieri Andrew alzò lo sguardo e rimase ammutolito.

Diletta Marshall era lì davanti a lei. Gli sorrideva, candidamente, ma con un velo di imbarazzo.

“Buongiorno dottore, vorrei parlare della mia condizione. Spero non le dispiaccia se ho portato con me… il mio compagno.”

Un uomo castano e massiccio sovrastava in altezza le due donne. Lamano di Diletta era intrecciata con la sua. “E’ un piacere conoscerla dottor Folder, mi chiamo Gerald Turner.”

La sua lingua divenne, tremando, muta.

 

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