Rapsodia in nero – Sesta puntata

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6 – La busta – di Anna Maria Fazio

La donna si diresse come un fulmine in bagno. Quando ritornò, si fermò sulla soglia. Andrew se ne stava in piedi, con lo sguardo rivolto alla finestra, pensieroso.

<<Allora, posso distrarla dai suoi pensieri, dottore? Adesso quel caffè sarebbe perfetto!>> la sua voce era fluida, il suo passo felino mentre si avvicinava. Lui la guardò. Era serio, pensieroso e assorto.

Lei era scalza, e in pratica avvicinandosi, non le arrivava che all’altezza delle spalle. Si sentiva stravolta, come reduce da uno tsunami, ma cercò comunque di darsi un contegno. Lo vide lì, alla sua finestra, in silenzio, mentre fissava senza meta quelle piccole sagome, frenetiche, che scorrevano sulla strada di una città che aveva appena iniziato a risvegliarsi. Quel suo sguardo perso la intenerì. Era rimasto tutta la notte a vegliarla. Si rese conto solo in quel momento, guardandogli le grandi mani, le dita affusolate, che portava la fede. Era sposato.

Chissà cosa era stata capace di dirgli, in preda ai fumi dell’alcol, pensò, arrossendo in volto.

<<In Vino Veritas>> sussurrò con un filo di voce.

Pochi centimetri li separavano e lei d’istinto si sporse quel tanto per cingergli la vita con le braccia. Posò poi il viso sul suo petto e attese una sua risposta. Non tardò. Andrew l’avvolse con le sue e lei chiuse gli occhi cercando di celare al suo sguardo le lacrime, ma lui se ne accorse.

<<Sssh… andrà tutto bene…>> le sussurrò dolcemente affondando il suo viso tra i suoi capelli color rame.

Il suo tono di voce era basso, accogliente, e lei non riuscì a trattenersi. Singhiozzò; la strinse ancora di più, e rimasero lì, abbracciati in silenzio per qualche minuto. Diletta, in quel momento, aveva un infinito bisogno di quel gesto d’affetto, anche se proveniva da uno sconosciuto.

Pochi attimi per crogiolarsi nell’illusione che ciò che stava accadendo nella sua vita era solo un incubo. Si destò poco dopo, dal torpore che quell’abbraccio caldo le aveva regalato, e si staccò da lui. Con una mano si asciugò le lacrime dal viso e con gli occhi bassi si allontanò, andando verso la tazza di caffè fumante che Andrew le aveva preparato.

<<Grazie dottore, non riesco a dire altro>> la sua voce era dimessa.

<<Potresti cominciare a darmi del tu… che ne dici? Non c’è nulla del quale ringraziare. Non era il caso che rimanessi sola. Tutto qui. Questo è il mio numero privato. Non esitare a chiamarmi! Parlo seriamente… dobbiamo assolutamente discutere della terapia>> disse lasciando scivolare un bigliettino da visita sul tavolo.

A quelle parole lei sorrise dolcemente, afferrò la tazza con entrambe le mani, e ne sorseggiò il contenuto. Rimase a guardarlo mentre

raccoglieva alcuni documenti e li sistemava con cura all’interno di una cartellina rossa. La ripose nella sua ventiquattr’ore e si diresse verso la porta. Stava per salutarla quando si fermò di scatto. Guardò a terra e notò una busta bianca. Qualcuno l’aveva fatta passare sotto la porta. La raccolse.

<< Arrivederci… Andrew>> .

<<Che succede?>> esclamò stupita del silenzio dell’uomo.

Allora si alzò dal divano per andargli incontro. Lui si girò verso di lei e le porse una busta. Sul fronte della busta c’erano due lettere: G e T, un monogramma che intrecciava le due lettere con una grafia elegante.

<<Oh, mio Dio!>> esclamò la ragazza  sbarrando gli occhi.

 

<<Cosa significano queste lettere?” chiese Andrew storcendo il naso, accortosi del repentino cambio di umore.

<<Nulla, dottore… la prego mi lasci sola!>> rispose Diletta.

D’improvviso era tornata sfuggente e sgarbata, riprendendo immediatamente il tono distaccato del Voi.

<<Grazie ancora di tutto!>> continuò cercando di evitare qualunque altra possibile domanda.

Avanzò un passo verso di lui e gli strappò

letteralmente la busta dalle mani invitandolo ad andarsene. Andrew non riusciva a comprendere il motivo di un tale cambiamento. Aprì la porta e non ebbe il tempo nemmeno di girarsi di nuovo verso di lei che la donna richiuse la porta, lasciandolo con un palmo di naso. Non poteva dirgli il perché di quel simbolo. Non poteva raccontare a uno sconosciuto il dramma che stava vivendo da ormai due anni. Il suo corpo ne portava ancora i segni, ben nascosti. Nessuno doveva sapere.

<<È inutile che tu mi chiuda fuori…Diletta!>> le gridò deciso l’uomo.

<<Di chi è quella firma sulla lettera? Ho visto il terrore nei tuoi occhi!

Non mi piace tutto questo. Diletta, parlami maledizione!>>.

<<Ti prego, vattene! Va via, Andrew! È meglio per tutti e due. Dimenticati di me. Sono solo una paziente. Una delle tante…>> rispose con voce strozzata. Stava per scoppiare a piangere.

Scivolò sulla schiena fino a sedere sul pavimento. Finalmente, da sola, poteva lasciarsi andare alle lacrime.

L’uomo rimase dietro la porta ancora qualche minuto, tutto gli sembrava paradossale.

Poi il suo orologio lo riportò alla realtà, aveva passato la notte fuori, doveva cercare una cabina telefonica per tranquillizzare la moglie. Ma non se ne sarebbe andato in silenzio, si girò verso la porta.

<<Devo andare adesso, non parlo con una porta chiusa! Non è finita qui, signorina Marchall!>>.

 

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