Rapsodia in nero – Seconda puntata

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2 – Andrew  – di Anna Maria Fazio

Diletta Marchall se ne stava lì, seduta su una sedia di ferro, fredda, e anonima. C’erano diverse persone, di ogni età che, sedute come lei  attendevano il loro turno. La sala d’aspetto del reparto oncologico del Memorial Hospital era un posto che mai avrebbe voluto conoscere.

Quando si sente parlare di tumore, alla gente si stringe lo stomaco, il sangue si gela nelle vene.

Faticano ad immaginare una microscopica creaturina, che all’improvviso spunta dal nulla e s’insinua nella loro vita, sotto la loro pelle, e comincia lentamente a succhiarne con avidità l’anima; spesso senza tregua, fiero di vincere il più delle volte.

Diletta fissava il led luminoso che, con una lentezza estenuante, annunciava il suo turno. Il 109.

Era diventata un numero, e una volta entrata nello studio medico del dottor Andrew Folder, la sua vita sarebbe cambiata. Per sempre. Aveva paura. Entrò e si sedette sulla sedia nera, con lo schienale alto, posta al lato opposto a quella del medico. Il dottor Folder era un uomo di bell’aspetto, distinto, alto, moro, e con un paio di occhiali dalla montatura scura.

<<Buongiorno signorina Marchall, venga si accomodi>>.

Davanti a lui, sulla scrivania, c’era un plico di scartoffie, paroloni, termini medici che in buona sostanza, noi profani, non comprenderemo mai fino in fondo. Tumore vuol dire cancro, morte.

<<Signorina… i suoi esami hanno dato, purtroppo, esito positivo. Carcinoma al seno>>.

Continuava a parlare, ma lei non riusciva più a sentire bene ciò che diceva. Le elencava le cure, le terapie che avrebbero adottato subito, immediatamente. Il respirò le sì fermò e il cuore le sembrò avesse cessato di battere. Si alzò di scatto, e fuggì da quella stanza. In quel momento voleva solo correre, in qualunque altro luogo che non fosse quello. Voleva respirare di nuovo.

In lacrime prese le scale e le scese di corsa. Si ritrovò fuori dall’ospedale. Continuò a correre. Quella sera a casa non cenò nemmeno. Staccò la spina del telefono. Voleva stare da sola, al buio a metabolizzare.

L’isolamento durò solo per un paio di giorni. Una sera sul tardi, qualcuno bussò ripetutamente alla porta del suo appartamento. <<Signorina Marchall… mi apra per favore! So che è in casa, sono il dottor Folder>>.

Era chiusa in casa da giorni. La notizia del cancro l’aveva fatta precipitare nel buio più totale.  Stava quasi per addormentarsi quando suonarono alla porta.

Digerire una tale sventura, da sola, non era cosa facile, non subito almeno. Quindi la compagnia di un ottimo vino rosso italiano, pensò fosse un buon mezzo per inghiottire la notizia. L’avrebbe stordita, e fatto  dimenticare, anche se per poco quello che stava accadendo.

<<Arrivo, arrivo! >> gridò scocciata mentre si dirigeva verso la porta d’ingresso. <<Chi è?>> chiese, guardando dallo spioncino.

Riconobbe  il  viso di quel dottore,  visto solo una volta in vita sua, due giorni prima, nel suo studio medico.

I postumi della sbornia erano ancora evidenti, ma cominciava, tra la rabbia altalenante, a farsi strada il buon senso. Quel dottore, infondo,  non aveva colpa per il suo cancro, e non meritava di rimanere sulla soglia. Pensò che fosse solo una questione di buona educazione aprirgli la porta.

<<Buonasera signorina Marchall, sono Il Dottor Folder>>.

<<Cosa diavolo vuole…eh?>>  rispose con fervore. Poi lo guardò fisso negli occhi con aria di sfida.

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