Rapsodia in nero – Quinta puntata

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5 – I due divani – di Massimo Soccol

“Dottor Andrew Folder, le sembra l’ora di rientrare? È da ieri che non si fa vedere da queste parti.

Sa che questa casa non è un albergo, vero?”

Il tono era scherzoso, ma celava malamente i veri sentimenti che agitavano Mariah Kant Folder, moglie dello stimato oncologo che aveva passato la notte fuori casa. Più precisamente nella casa di una sua paziente. Una donna che si era rivelata sin dall’inizio molto più di quel che doveva essere.

“Scusa Mariah, le cose non sono andate come pensavo…” il tono era dimesso e mascherava come poteva la confusione che lo agitava dall’interno. “Ho avuto dei problemi con una paziente…” un po’ di verità lo rassicurava prima di mentire di nuovo “non ha digerito bene la notizia e come ti accennavo per telefono c’è stato anche il cambio turno…”

“Dovresti parlare col direttore, non possono tenerti in ospedale per più di… oh, tanto che parlo a fare? Dai vieni dentro, sarai distrutto.”

E lo era per davvero, ma la casa, Mariah e i gemellini che giocavano in un angolo del salone lo stavano pian piano riportando alla realtà. La sua realtà. Si sedette stancamente sul sofà, chiuse gli occhi ed espirò tutta l’aria che aveva in corpo.

Il morbido contatto con la pelle del divano lo fece quasi sobbalzare, i ricordi erano tornati con forza nella sua mente.

Lei era ancora lì, nella sua testa. Sensuale e ansimante, non era riuscito a chiuderla fuori. Come non era riuscito ad andarsene quando lei si era addormentata la sera prima tra le sue braccia.

In lacrime, ferita, vulnerabile. Lì in quella casa, su quel divano, una profonda eccitazione lo pervase, ma rimase composto, rigido nel suo ruolo.

 

Guardò e riguardò le carte che aveva portato con se: lastre, referti medici, analisi e articoli scientifici che intendeva mostrarle. Lei aveva dormito per tutto il tempo e lui tra una pagina e l’altra si era perso nei suoi respiri, nelle sue forme morbide e nella morbosa fantasia che sentiva montargli dentro.

La scacciava a fatica, ma il dottore che era in lui aveva la meglio. Forse perché lei glielo permetteva. In fondo stava dormendo.

Andrew, sul divano di casa sua, sentì il sonno avere la meglio e si lasciò scivolare più in basso.

La moglie lo guardava dalla cucina, aveva appena finito di preparargli un pancake, ma lo lasciò nella padella. Rimase a guardarlo a lungo, non lo amava più da tempo. Il loro rapporto era scivolato da troppi anni dall’amore all’amicizia.

Erano due fratelli che si volevano bene e che accudivano assieme due bellissimi bambini.

Lei gli voleva bene, non aveva dubbi sulla sua fedeltà e lo avrebbe lasciato dormire sul divano per non disturbarlo. Chiamando a sé Karen e Christian, i due gemelli di cinque anni, uscì in giardino lasciandolo ai suoi pensieri. Ma prima di uscire passò per la cucina, prese in mano la cornetta del telefono a muro e compose un numero che da troppe settimane le frullava per la testa.

Chiuse la porta dietro di sé e la sua voce si fece più morbida.

Andrew dormì per più di due ore prima che il dolore alla schiena iniziasse a bussare alla sua coscienza. La bocca era impastata e l’odore del pancake si era diffuso nell’aria. Il soggiorno era pervaso dalla luce, i deboli schiamazzi dei bambini si udivano fiacchi all’interno. Tutto era morbido e soffuso.

Solo una cosa stonava, almeno ad Andrew. Tutto sembrava perfetto, la casa era in ordine, il sole splendeva magnificamente, la bella moglie era fuori che chiacchierava con una vicina di casa finché i bimbi giocavano col loro cane.

Ma un elemento era fuori posto. Si trovava nel posto sbagliato. Lui.

Folgorato da un attimo di estrema comprensione Andrew Folder capì che quel luogo non gli apparteneva. Capì che quelle persone non erano importanti per lui. Capì che l’unica cosa che per lui aveva un significato non era lì.

Capì che stava perdendo il lume della ragione. E desiderava rivederla.

 

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