Rapsodia in nero – Quarta puntata

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4 – Due bottiglie per una persona sola – di Anna Maria Fazio

A quelle parole il suo viso cambiò colore.

Balbettò qualcosa, ma non se ne curò. Si diresse verso il divano, dandogli le spalle. Non capiva il suo interessamento, andava per caso nella casa di ogni suo paziente al quale aveva appena notificato la sentenza di morte?

<<Perché lei si è dato tanta premura? Sarei passata da lei nei prossimi giorni>> provò a rispondere, ma farfugliò solo qualche parola e poi tacque. Poi alzò le spalle  e continuò. <<Bravo Dottor Folder! Ma cosa pensa  di fare venendo fino a casa mia! Crede di rendere più accettabile la situazione?>>.

Si alzò di scatto e si avvicinò, sinuosa. Lui ammutolì.

L’abbigliamento della donna – una camicia da uomo – non era proprio consono a ricevere ospiti, e il suo mutismo era giustificato dal quel corpo seminudo a pochi passi da lui. <<Le dirò io… cosa può fare per me… dottore>> le disse con tono sinuoso e perentorio,  e gli afferrò la cravatta tirandolo verso di lei. Poteva sentire il profumo della sua pelle. Lui cercò invano di ritrarsi, ma lei gli aveva già sfiorato le labbra con la lingua. Lo aveva colto alla sprovvista e quel gesto lo spiazzò. D’improvviso lei lo scansò di colpo, e si diresse verso il tavolo, dove c’era ancora una delle tre bottiglia di vino invitate alla sua sbronza. Ne aveva svuotate già due. Digiuna da un paio giorni, faceva fatica a rimanere in piedi.

<<Su doc… mio caro e integerrimo dottore,…si faccia un bicchiere con me, adesso! Brindiamo alla… mia

salute?>> gli disse con tono sarcastico e barcollante.

<<La smetta signorina Marchall, non se ne parla nemmeno!>> rispose seccato, e così dicendo si alzò dal divano, e le andò incontro deciso a impedirle di bere ancora una sola goccia di vino. Con un gesto le tolse la bottiglia di mano.

<<Mi dica dottore, sa cosa vuol significa avere il cancro? Averlo, non rivelarlo ai pazienti! Ha la minima idea di come mi sento? Cancro, Cancro. Cancro!>>. Gli ripeté gridandogli in faccia con tutta la rabbia che aveva in corpo, e afferrandogli i baveri della giacca. Forse se lei gli avesse affondato le unghie nella carne, lui avrebbe provato la stessa sensazione lacerante che la stava divorando. Avrebbe affondato, scavato in profondità nelle carni, senza ritegno. Proprio come quel cancro avrebbe fatto con la sua vita da quel momento in poi.

Lei era a pochi centimetri dal viso di lui. Aveva bisogno di gridare, di urlare il suo dolore. Iniziò a scuoterlo con forza, mentre le lacrime rigavano di nero le sue guance. Andrew la guardava, senza dire una parola. Quel suo silenzio la spinse a schiaffeggiarlo. Lui le afferrò le braccia bloccandola, impedendole di continuare a colpirlo. La ragazza si divincolò per qualche secondo, poi esausta, si lasciò andare al suo abbraccio. Lui la strinse forte a sé, e lei perse ogni difesa. <<Non mi lasci sola, la prego dottore…>> gli sussurrò, addormentandosi tra le sue braccia.

Diletta si risvegliò che fuori era quasi giorno.

<<È ancora qui, dottore!>> disse, rivolgendosi a chi aveva sopportato la sua isteria e vegliato il suo sonno per tutta la notte.

<<Ben svegliata, signorina Marchall >> rispose sorridendole.

<<Come si sente? Le ho preparato un caffè, lo provi è una mia ricetta segreta>> disse facendole l’occhiolino.

<<Un disastro, sto per vomitare!>>

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