Rapsodia in nero – Prima puntata

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1 – Diletta-  di Massimo Soccol

Non riusciva a credere d’esser giunto fin lì. Non si capacitava della cosa. Ne era meravigliato e allo stesso tempo inorgoglito.

La sua vita era stata semplice, quasi monotona prima dell’arrivo di lei. Un bravo marito, dedito alla casa, al lavoro. Fedele e premuroso. Un uomo arrivato. Per i canoni di giudizio che usava prima.

Ora le cose erano cambiate ed era giusto rivalutare il giudizio che aveva di se stesso.

Si piaceva così com’era. Era cresciuto, o meglio, si era sviluppato.

Era partito da una base anche buona, ma gli eventi l’avevano stravolta. Lui li aveva cavalcati.

Inizialmente era rimasto travolto dalle onde, ma poi era tornato in superficie. Si era adeguato, aveva nuotato con tenacia per approdare in un porto nuovo. Diverso.

Lei era il suo nuovo tutto. Quel che prima gli riempiva le giornate, la vita, ora non significava più nulla per lui.

Lei lo aveva ghermito, intrappolato nelle sue fauci e in mezzo a quegli artigli lui aveva ritrovato una ragione per vivere. Si era accoccolato tra le sue grinfie, aveva trovato un angolo tiepido e si era lasciato trasportare nel covo per essere piacevolmente sbranato.

Ma non si considerava una vittima. Non si era comportato come una marionetta gestita da un abile burattinaio. Anzi, aveva messo molto del suo. E i risultati erano sotto i suoi occhi.

Se qualcuno gliel’avesse detto tempo fa non ci avrebbe creduto. Avrebbe riso della cosa e l’avrebbe scacciata senza darle peso. Ora invece se ne stava qui. In piedi, troneggiante. Fiero di esserci. E aveva compiuto il suo primo omicidio.

Le mani non gli tremavano come aveva visto fare molte volte nei film. La gambe lo sorreggevano e non si sentiva sprofondare né cadere a terra.

Credeva che sarebbe ceduto vittima di un primitivo istinto di fuga, ma lei glielo aveva detto.

Non sarebbe successo, perché lui era un puro. E come tale sarebbe stato candidamente votato a quel gesto. Non lo avrebbe rigettato né avrebbe provato paura, pentimento o altri sentimenti inquinanti.

Avrebbe goduto dell’attimo, si sarebbe adagiato nella contemplazione e così era successo.

Lei aveva avuto ragione in tutto. Lui ne comprendeva l’essenza di questo sacro momento.

Non poteva rimanere lì a lungo, ma stava assaporando ogni istante. Non avrebbe più avuto la possibilità di toccare con mano una tale ampiezza emotiva e quindi inspirava dalle narici ogni elemento di quella stanza d’albergo.

Poi si mise le mani in tasca, frugò e si accese una sigaretta. Lo faceva sempre da dopo averla conosciuta.

Prima nemmeno fumava, ridicolo.

Un fluttuante e sinuoso serpente di fumo si sollevò dalla sua bocca, lo guardò svanire e poi, come si era ripromesso, se ne andò. Prese il soprabito, la valigetta, alzò il bavero e uscì senza voltarsi.

L’ultimo sguardo non serviva, tutto era ben impresso nella sua mente. Imboccò il corridoio con sicurezza, lo attraversò a viso basso ma non per codardia. Seguiva solo le sue istruzioni. Arrivò alla porta dell’ascensore ma impugnò la maniglia della porta a fianco. Scese usando le scale di sicurezza, portavano nel retro dove sapeva che avrebbe trovato una laterale che lo avrebbe fatto sbucare nella “quinta” iniettandosi nell’anonimato di quel fiume di persone.

Alzò un braccio, un taxi si fermò e tre minuti dopo era già di ritorno nella sua vecchia vita.

Lei si chiamava Diletta.

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