Rapsodia in nero – Ottava puntata

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8 – Satine – di Anna Maria Fazio

 

Era l’alba. La luce timida del nuovo giorno trapelava dalle persiane e un raggio più intenso accarezzava il viso di Diletta. Quante lacrime aveva versato. Era rimasta lì, sul pavimento, a piangere, in posizione fetale, stringendo tra le mani quella busta e il biglietto che conteneva.

Ciao amore mio, sono tornato, fatti trovare pronta.

Aveva fatto fatica ad addormentarsi, la sera prima, poi la stanchezza e quell’angoscia che l’aveva assalita d’improvviso vinsero, lasciandola andare al sonno. Adesso però il suo passato era tornato, e nonostante incombesse su di lei quella spada di Damocle, dal nome cancro, non si sarebbe arresa, era disposta a combattere, e a vincerli entrambi. Adesso Andrew era nella sua vita, e sentiva che tutto sarebbe cambiato.

Diletta era una splendida e giovane donna di ventisei anni, ma la sua vita non era proprio stata tutta rose e fiori. Una maledetta sera di cinque anni prima aveva segnato per sempre la sua esistenza.

Se non fosse stato per Gerald, sarebbe morta, in quel vicolo.

 

Diletta era partita, una mattina d’inverno, portando con sé una valigia, un biglietto del treno e pochi soldi in tasca.

<< Mi mancherai tesoro mio, abbi cura di te e cerca di essere felice… e mi raccomando, copriti bene quando fa freddo!>> le disse amorevolmente, sistemandole l’avvolgente e calda sciarpa di lana, fatta a mano, intorno al collo.

<<Ti voglio bene nonnina mia>>. Diletta guardò con gli occhi pieni di lacrime l’anziana donna che le stava di fronte.

Una gioia malinconica avvolse la ragazza, lasciandole quel retrogusto amaro, delle decisioni sofferte ma inevitabili. Salutò l’unica persona che rappresentava la sua famiglia, che l’aveva cresciuta, dopo la morte improvvisa dei suoi genitori, in un incidente d’auto. Nonna Camilla era stata tutto il suo mondo fino a quel momento. Prese un bel respiro e facendosi coraggio salì sul taxi che l’avrebbe portata alla stazione dei treni. Philadelphia / New York, e in poco meno di due ore di viaggio la sua vita sarebbe cambiata per sempre. L’audizione alla Jilliard, una delle scuole di danza più importanti, era il suo sogno.

Erano appena passate le nove di mattina. C’era solo una paziente che attendeva di entrare dal medico, nella sala d’aspetto del General Hospital. Diletta era seduta su una sedia, che si trovava alla destra di quella che doveva essere la scrivania della segretaria del dottor Folder.

<<Sono sicura che mi toccherà aspettare i suoi comodi!… benedetta ragazza!…Hahahaha >> esclamò qualcuno, con un tono di voce ironico e pungente.

Diletta si girò verso quella voce e le apparve una signora sui cinquant’anni o poco più. Appesantita nel fisico ma con una luce negli occhi che alleggeriva uno stato d’animo provato ma soddisfatto; come di chi ha finalmente vinto la sua battaglia.

Un abbigliamento alquanto eccentrico, per la sua età, molto colorato, regalava al suo viso un aspetto gioioso. Diletta si fermò per qualche minuto a guardarla, quel suo contagioso sorriso, a trentadue denti, nascondeva a fatica una punta di sano sarcasmo nel pronunciare quella frase, rivolta alla segretaria assente. La risata che ne seguì aveva di certo stemperato la tensione di quella mattina.

La segretaria non era ancora ritornata al suo posto, e la ragazza ne approfittò per avvicinarsi alla scrivania e darvi una furtiva e curiosa occhiata. Le cartelle cliniche erano sistemate con un ordine quasi maniacale, così come i piccoli oggetti di cancelleria, le penne rigorosamente al loro posto nel portapenne, tutto dava l’idea di trovarsi di fronte a una persona alquanto austera ed efficiente.

Unico neo in tutta quella perfezione erano i post-it gialli, che sparsi un po’ dovunque smorzavano quell’austerità da segretaria tuttofare.

La porta dello studio medico si aprì di colpo e ne uscì una donna non molto alta, di corporatura media, con capelli castani, e un viso dall’espressione dolce e appena velato di trucco.

Vestiva un tailleur grigio chiaro, che rendeva evidente un fisico non proprio in forma, ma la donna sembrava non dargli molta importanza. Teneva una tazza di caffè in mano.

<<Prego signora Mitchell, si accomodi pure, il dottore la sta aspettando>> esordì, rivolto alla rubiconda e simpatica signora, impaziente di entrare. Il sorriso della signora Mitchell si fece sonoro e si accomodò velocemente verso la porta dello studio. Dopo appena una decina di minuti la porta dello studio si aprì di nuovo e la signora Mitchell ne uscì salutando il medico. La segretaria, intanto, era ritornata al suo posto di comando. Nel frattempo, Diletta, era stata raggiunta da un uomo alto, castano, sulla cinquantina, ben vestito e con un’espressione cupa e accigliata.

La ragazza non appena lo vide spuntare in fondo al corridoio trasalì un attimo, e inghiottendo il groppo che si era formato in gola, riprese il controllo andando incontro all’uomo, con un’aria timida e apparentemente serena.  Insieme, attesero solo qualche minuto.

<<Prego Signori!>> esordì la segretaria, aprendo la porta e invitandoli a seguirla.

 

Diletta varcò per prima, la soglia della porta, l’uomo seguì subito dietro. Non appena il dottor Folder alzò gli occhi per congedare la sua assistente, rimase ammutolito. Diletta lo guardò, sorridendo, seppur con un lieve imbarazzo, ripensando alla sera prima e a ciò che era accaduto tra di loro.

<<Buongiorno dottore, vorrei parlare della mia condizione. Spero non le dispiaccia se ho portato con me… il mio compagno>> le disse tutto di un fiato. La gioia di vederla, inaspettatamente, aveva accelerato di molto i battiti del suo cuore.

La voce gli si strozzò in gola, non appena si accorse che l’uomo accanto a lei le stringeva la mano nella sua. Andrew cercò di mascherare lo stupore per quel gesto così confidenziale. Di certo non si sarebbe aspettato di scoprire che quella creatura che tanto lo turbava avesse un compagno.

Che stupido, di che mi stupisco! Pensò, mentre il suo sguardo colpevole cadde sul porta foto di fronte a lui, che ritraeva un sereno quadretto familiare.

<<E’ un piacere conoscerla dottor Folder, mi chiamo Gerald Turner.”

<<Ehm…buon giorno a lei>> rispose, cercando di darsi un tono professionale. << mi scuso per la domanda… lei è… un parente della signorina Marchall?>> domandò con tono indagatore.

<<Ovviamente, Diletta è la mia compagna!>> ribatté l’uomo.

<<Bene, come saprà la patologia della signorina Marchall, è curabile, ma dobbiamo assolutamente iniziare subito un percorso terapico su misura>>.

Per tutta la conversazione Andrew elencò nel dettaglio il percorso terapico che Diletta avrebbe dovuto affrontare sin da subito e con la massima celerità: intervento chirurgico, terapia farmacologica, chemioterapia, immunoterapia, ormonale, programmazione dei controlli periodici. Un cammino lungo e difficile, ma il carcinoma era di piccole dimensioni e di natura benigna.

Diletta era rimasta in silenzio, ammutolita, per tutto il tempo. Gerald parlava per lei e ogni tanto lanciava alla ragazza un mezzo sorriso. La ragazza incupita e con aria sottomessa, ascoltava senza nessuna replica, ma non rispondeva a quei sorrisi, piuttosto cercava furtivamente di incrociare lo sguardo di Andrew, che era teso come una corda di violino, sin dall’inizio di quella conversazione.

Stavano per salutarsi, quando il signor Turner alzandosi in piedi, infilò una mano nella tasca della sua giacca elegante, ne estrasse un biglietto da visita e lo posò sulla scrivania, proprio sopra il referto medico della ragazza, oggetto della conversazione.

<<Dottor Folder… mi permetta di ringraziarla infinitamente!.. sono convinto che la Mia Diletta… sarà in ottime mani, con lei>> esordì

con tono profondo e tagliente.

<<La prego, mi permetta di invitarla ufficialmente, all’inaugurazione per la riapertura del mio stupendo locale; insisto perché lei, dottore… sia mio ospite. Un mio piccolo omaggio, per la sua cortesia e poi… un po’ di sana distrazione fa sempre piacere, non trova?>>.

Quell’invito  dal sapore di sfida, sorprese

Andrew, ma soprattutto, gli urtò i nervi quel sorrisino ironico che lo accompagnava. A “pelle” il signor Turner gli era già antipatico, la sua dominanza sulla ragazza era palese, e il vigore con il quale gli strinse la mano, salutandolo, confermò quella sensazione. Sentiva già la gelosia insinuarsi nei meandri della sua mente.

<<Faccio solo il mio dovere, signor Turner>> rispose, poi cercando di mascherare la tensione, nascose le mani dietro la schiena, serrando le labbra dietro un sorriso forzato, accompagnandoli verso l’uscita. Prima di scomparire dalla sua vista, d’improvviso, esattamente come l’era apparsa quella mattina,

Diletta, riuscì fugacemente, a regalare a Andrew un sorriso così dolce e disarmante che d’incanto bastò a sciogliere il gelo che gli opprimeva il cuore.

Rimasto solo nella stanza Andrew prese in mano quel biglietto da visita e sbarrò gli occhi.

Satine – Gentleman’s Night Club, Venerdì sera ore 23.00.

Un mondo affascinante e perverso stava per risucchiarlo irrimediabilmente.

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