Rapsodia in nero – Decima puntata (Parte A)

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10 – Il sogno (Parte 1) – di Anna Maria Fazio

Diletta arrivò a New York, cinque anni prima; aveva ventuno anni. La scuola di danza era il suo sogno. Aveva in tasca l’indirizzo di Pola Gautier, per tutti la zia Pola. Una zia acquisita del suo defunto padre – la donna si era proposta di ospitare la ragazza per qualche tempo, a patto che non le chiedesse denaro. Pola era un’attrice di teatro, di origini francesi, discretamente famosa negli anni cinquanta. Da alcuni anni ormai passava il suo tempo a viaggiare in lungo e in largo per il mondo. Molto riservata e vanitosa, non rivelava mai la sua vera età, anche se era evidente che aveva superato notevolmente la sessantina. Pola Gautier era una donna schiva e insofferente, caratteristica spesso comune agli artisti, ciò, non le permetteva di coltivare buoni rapporti con la famiglia del suo ex marito; aveva però, sempre avuto in simpatia quella nipote acquisita con la passione per la danza.

Quando in una lettera Diletta le chiese ospitalità per qualche tempo a New York, non poté rifiutarsi di aiutare la giovane.

La ragazza scoppiò di gioia quando la vecchia zia le rispose accettando di ospitarla nel suo piccolo appartamento in periferia.

<<Cara… non potrai contare sulla mia presenza, dovrai arrangiarti, non posso fare di più per aiutarti>> le disse, con tono materno ma volutamente distaccato, ponendo l’accento sul fatto che avrebbe dovuto cavarsela da sola. Certo la solitudine, un po’ le faceva paura. Era una situazione nuova e quella città era grande, bella, ma anche piena d’insidie, per una giovane donna come lei. Diletta sapeva bene cosa voleva dalla vita, era determinata a diventare una futura Etoile di danza classica. Un appartamento alla periferia di Time Square, piccolo ma accogliente era più di quanto potesse desiderare per incominciare la sua avventura a New York. Quei sogni si frantumarono solo poche ore dopo l’audizione alla Jilliard.

 

Quella sera, Diletta era appena rientrata dall’audizione che si era protratta fino a tardi, per via del numero molto alto di partecipanti. Non aveva toccato cibo tutto il giorno, era troppo tesa. Decise di uscire per andare al drugstore, infondo alla strada.

<<Cara… in fondo alla strada c’è un drugstore, io non ho avuto tempo di farti la spesa. Arrangiati, sei grande. Io devo andare!>> le disse la zia, facendole l’occhiolino, mentre la salutava, pronta per il suo ennesimo viaggio. Il frigo, infatti, era un deserto, le sarebbe bastato un panino, giusto per non andare a dormire digiuna.

L’indomani avrebbe pensato a fare una spesa seria.

Un solo isolato e sarebbe arrivata. Era quasi mezzanotte, e faceva un po’ freddo. Era forte della sua gioia; Sono stata accettata alla Jilliard!

Continuava a ripetere a voce bassa. I suoi sogni stavano cominciando a prendere forma. Quella felicità però, vinceva a fatica il senso d’angoscia che il buio riusciva sempre a infonderle, sin da piccolissima. Da quando era arrivata in città, quella, era la prima volta che usciva per strada a un’ora così tarda, ma doveva “crescere” e quell’insegna luminosa e colorata con raffigurata una tazza di caffè fumante, la rassicurava.

Uncle’s Drugstore. Aperto ventiquattro ore su ventiquattro.

Entrò e iniziò ad aggirarsi tra gli scaffali.

Comprò del pane, del formaggio e del cioccolato, una bibita. Pagò alla cassa ed uscì dal locale. Era bella, giovane e con due occhi profondi da cerbiatta, appena truccati. Le sue forme già procaci erano strette in un paio di fuseaux neri, e in un maglioncino rosa che le abbracciava i fianchi. Una volta uscita dal locale  due uomini,

 

iniziarono a seguirla. Lei se ne accorse e senza voltarsi affrettò il passo.

<<Ehi… dolcezza!… dove stai andando tutta sola a quest’ora?>>.

<<Dai!…. tesorinoooo!.. ti diamo un passaggio noi! La nostra macchina è qui vicino… non farti pregare!>> incalzava il più giovane, mentre l’altro se la ridacchiava, dando fondo alla bottiglia di birra che teneva in mano. All’improvviso la camminata veloce della ragazza  si mutò in corsa, ma non fu sufficiente; i due uomini le furono addosso in un lampo, bloccandola contro il muro.

Lei cercò invano di fuggire ma uno dei due, con una mano, le tappò la bocca per non gridare. La trascinarono in un vicolo cominciando

picchiarla. Pugni e schiaffi, e poi la stuprarono. A turno, la tennero per le braccia immobilizzandola. La ragazza, massacrata di botte, svenne per qualche momento durante lo stupro. Non contenti dello scempio, arrivarono a morderla sui fianchi, finendo con l’introdurle uno straccio nelle parti intime.

Fradici e soddisfatti di quell’orrore appena compiuto, si allontanarono a gambe levate.

La ragazza, quasi esanime, riuscì a trascinarsi appena fuori dal vicolo, poco prima di perdere conoscenza. Fu soccorsa dagli uomini di fiducia di Gerald, che in quel momento si trovava a passare di lì. Erano in auto, ritornavano da una delle solite ronde di quartiere, nei quali gestiva i suoi affari.

Camminavano a passo d’uomo quando l’autista di Gerald notò qualcosa muoversi sul marciapiede.

<<Jack, ferma l’auto! >> ordinò Gerald a uno dei suoi uomini di fiducia. Scese dall’auto, scortato da Mike, il più giovane dei suoi due

scagnozzi. Davanti ai due uomini, una scena agghiacciante. Il corpo di Diletta giaceva a terra, martoriato e seminudo, in una pozza di sangue.

Gerald s’inginocchiò per controllarle il polso e le scostò i capelli dal viso. Il volto tumefatto e gonfio di quella giovane donna colpì l’uomo, i capelli erano intrisi di sangue, ed era completamente nuda nelle parti intime. Si tolse la giacca e le coprì i fianchi, in segno di rispetto per quel corpo devastato. Chiamarono il 911.

Gerald Turner era un personaggio potente nella New  York di quegli anni e si assicurò che le fossero destinate le cure e i medici più qualificati. La diagnosi parlò di due costole rotte, tumefazioni facciali estese e morsicature, oltre alla violenza sessuale. Rimase in coma per un mese. Quando la ragazza si risvegliò Gerald, era al suo capezzale.

Un’infermiera le disse che l’uomo le aveva fatto visita ogni giorno, sin dal momento del ricovero. Diletta vide in lui il suo salvatore, un uomo dolce e premuroso, e inevitabilmente, si affeziona a lui, diventandone l’amante, dopo poco tempo. Una volta dimessa dall’ospedale, Gerald la portò a casa sua e si prese cura di lei innamorandosene.

Presto, Diletta, si rese conto di chi fosse davvero Gerald Turner. A volte era un uomo dolce e premuroso, altre volte, quando era in preda all’alcool, diventava molto violento. Nonostante questo la ragazza  si lasciò travolgere da quel mondo dorato, ma perverso, corrotto e criminale; il rapporto con Gerald divenne sempre più malato, e i due finirono per assomigliarsi sempre di più.

Un anno dopo, ripresasi completamente, Diletta era ormai ben introdotta in quell’ambiente, tra lusso, traffico di stupefacenti, gioco d’azzardo, e prostituzione. La dolce e ingenua ragazza del

West Virginia, aspirante ballerina, non esisteva più. Ora era la donna di un gangster, bellissima, perfida, e cattiva.

 

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