Dobbiamo sempre dire la verità. La rivincita è vicina.

Queste sono le prime pagine, in riscrittura, di un romanzo, il mio primo, scritto nel 2010. In Mio potere…tu, era il suo titolo. L’editore, del quale mi pento (purtroppo), era Albatros.

L’unica cosa buona di quel testo, fu la segnalazione di merito ottenuta a un concorso letterario, e un’intervista radiofonica su una radio di Roma, andò in streaming, direi alquanto divertente, e ridicola, visto l’imbarazzo ingiustificato e, da educanda, della speakers nel pormi le domande riguardo al tema trattato. Nemmeno avesse di fronte un libro pornografico.  La casa editrice non rispettò il contratto, (non  sono l’unica, lo so) ma non vale la pena commentare oltre. Non mancò di  “NON curare” l’editing del testo nella maniera più assoluta, impedì ogni possibilità a quel mio “giovanile” tentativo di scrittura di farsi conoscere, nel bene o nel male.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/anna-m-fazio/mio-potere-tu/9788856726824

In rete esiste ancora lo trovate qui, etichettato come ESAURITO.

Non è stato, invece, mai letto,corretto,venduto, sponsorizzato,odiato, criticato,apprezzato.

Dopo i due anni canonici del contratto tornai in possesso dei miei diritti, e lasciai quel testo (in un angolo).Sinceramente, col senno di poi, mi ha fatto un favore. Assurdo dirlo ma è così. Pochi anni fa proposi il testo a un editore abbastanza conosciuto, dicasi di “letteratura erotica”.

 

Grande l’entusiasmo iniziale,ma poi, il mio “No grazie” alle sue avance, a proposte poco opportune e che nulla centravano con il libro e la professionalità che dovrebbe contraddistinguere la categoria), trasformò quel mio testo, improvvisamente “Infantile” ai suoi occhi. Ovviamente, come si suol dire “Guarda avanti e passa” io sono andata avanti, forte, ribelle, sono cresciuta come autrice, e sempre più determinata a realizzare il mio sogno.  IL CAMMINO è lungo, difficile, e di certa gentaglia ne ho conosciuta tanta, troppa, anche nel mondo dell’arte, come pittrice.

 

Proposte di “successo in cambio di” ne ho ricevute anche come pittrice, al contrario di molti artisti che fanno gli “gnorri”, e negano, per non risultare impopolari e perdere così, occasioni di esporre a destra e a manca ( non serve a nulla, sei solo uno dei tanti). Io non ho paura di dirlo. Ho scelto di non esporre se non per meritocrazia, perchè le mie opere “raccontano una storia, arrivando alle persone proprio perchè non uguali, non parte di un’amalgama che non mi appartiene.

Man touching the legs of a woman

Essere diverso, controcorrente, leale a un sogno e perseguirlo onestamente, forse mi ripagherà. Un giorno.  Badate, non è del successo che ho bisogno, ma di sapere che la mia lotta contro chi specula, chi se la spassa a spese di nuovi autori, di artisti emergenti, colpevoli solo di peccare di eccessivo entusiasmo nell’illusione di poter realizzare un sogno, non è solo la MIA lotta, ma la lotta di molti altri autori, artisti. L’ingenuità gioca brutti scherzi, attenzione.

Qualche giorno fa, questo mio “testo sospeso” è tornato davanti ai miei occhi, sulla mia tastiera, e riprenderò la scrittura, presto, molto presto; sono dell’idea che un libro non si scrive in un mese, nemmeno in un anno. Si prende il tempo di cui ha bisogno.Il filo conduttore, l’idea sarà quella originale, ma nel tempo, la mia passione per il genere thriller ha modificato gli intenti.

Sarà uno dei prossimi progetti da portare a termine.

Di una cosa sono certa, chi, un tempo, ha giudicato infantile il mio erotismo, rifiutando il testo perché la sottoscritta non ha ceduto a certe proposte, rosicherà. In mio potere…tu,  e tutti gli altri miei libri, compreso l’imminente “Alla destra del Diavolo” in pubblicazione con Segmenti Editore, non sono e non saranno mai libri da “educande”. Il mio modo di scrivere, di fare arte, è MIO, DIVERSO, UNICO. Ho scelto da sempre di raccontare argomenti scomodi, parlare di sesso, di abusi, di soprusi, anche dietro pseudonimo (gli argomenti scottavano troppo e fui costretta a nascondermi).

Sarebbe bello che quella storia vera, un giorno, trovasse “respiro”.

 

Ho deciso di regalarvi questo ”assaggio” della nuova stesura, sperando di farvi cosa gradita.

Lieta di servirvi.

 

*********

 

“C’è un luogo, nel giardino della casa di mio padre, che adoro da sempre. E’ l’enorme salice piangente. Quel salice è’ ancora oggi, il mio nascondiglio segreto.

Sin da quando avevo cinque anni, mi nascondevo lì, per sfuggire a Marie, la governante. La facevo impazzire con le mie birichinate; una tra le tante era rubarle i biscotti alle noci, ancora caldi e John, mio padre – quando rientrava dai suoi viaggi di lavoro – le chiedeva sempre se dovevo farmi perdonare qualche marachella. Lei negava, mentendo spudoratamente, ogni volta; mi adorava, ed io lei. Io ero già allora una ribelle.

Chi credeva di conoscermi – amici e conoscenti – mi definiva un misto tra la dolce e pasticciona Bridget Jones e la sensuale Julia Roberts; forse per via dei miei capelli rossi. Nessuno però conosceva, e tanto meno poteva immaginare, il senso di oppressione che portavo dentro, da sempre mascherato da quell’aria fatale, che un po’ mi faceva comodo. Mi sentivo come un bruco, racchiuso “ermeticamente” nel suo bozzolo, in attesa di trasformarsi in crisalide, per poi finalmente liberare le proprie ali. Attendevo quella magia, attraverso la quale il “fuoco” trasmutante, avrebbe rivelato finalmente la mia vera identità.

Non avevo mai sopportato bellamente la gabbia dorata nella quale avevo sempre vissuto. Quei contrasti con mio padre, geloso e autoritario, mi allontanavano sempre più da lui. Con la mamma il rapporto era diverso, lei mi sosteneva, credeva in me e nei miei sogni. Volevo diventare scrittrice di romanzi come lei.

Un’educazione ferrea la mia, impartita in un collegio molto costoso e severo, fino al conseguimento della maturità classica. Mio padre aveva programmato i miei studi, sin da piccola, liceo classico e lettere e giornalismo come facoltà universitaria.

«Anne, sarai il mio braccio destro al giornale! Sai che il tuo posto è sempre stato lì, ad aspettare che tu fossi pronta. Non vorrai deludermi…vero?».

«Papà… io non sarò mai il tuo braccio destro! Mettitelo in testa. Non sono più una bambina, ora faccio a modo mio. Troverò un editore per il mio romanzo…ne sono certa! Non vedrai mai il mio nome tra quello di scrittori in attesa di un “pescatore di talento”; sciocchi e illusi che credono davvero che basti saper scrivere per fare lo scrittore!».

«Smettila con questi discorsi piuttosto! E non fare tardi alla presentazione di questa sera! Voglio presentarti una persona. Mi raccomando. Noi, del tuo romanzo, ne riparleremo un’altra volta!». Io volevo scrivere romanzi, non articoli di cronaca nel suo giornale.

Questo a mio padre non andava giù, e soprattutto non digeriva il mio comportamento degli ultimi anni. Da quando la mamma era morta, io frequentavo molti uomini, la mia vita sessuale disinibita, era spesso argomento delle nostre conversazioni e spesso sfociavano in furibondi litigi e sbattere di porte. Non riuscivo a perdonargli di aver tolto il lutto alla mamma, risposandosi solo dopo sei mesi dalla sua morte.

Lucylle, la sua nuova moglie, tutto era fuorché una donna degna di dirsi innamorata di mio padre, ma del suo conto in banca, e sposandola aveva dato il colpo di grazia al nostro rapporto.

Quella sera, io, avevo altri programmi. Avrei rivisto Lui. Erano passati tre mesi dal nostro ultimo incontro, anzi scontro, perché litigavamo per tutto il tempo.  Che strana relazione era la nostra, ci vedevamo poco, litigavamo furiosamente. Poi, sempre furiosamente, facevamo l’amore per fare pace. Questo mi lasciava sempre la sensazione che forse sarebbe stata l’ultima, ma poi ricominciavamo ogni volta, e immancabilmente lo stesso eccitante finale ci attendeva.

Era quasi mezzanotte e non feci caso ai chilometri che scorrevano veloci sull’asfalto davanti a me. Probabilmente, quella corsa, mi avrebbe regalato una bella multa. Era tale la mi voglia di rivederlo che avrei volato, se solo ne fossi stata capace.  Tornai con la mente a due anni prima, al nostro primo incontro.

Ero alla stazione degli autobus, e come ogni pomeriggio, finita la mia lezione di giornalismo, aspettavo l’ultimo autobus della giornata, per tornare a casa. Me ne stavo seduta su una panchina fredda, ad attendere il mio, ed eccolo spuntare dal nulla. Infreddolita, col naso rosso, rileggevo la mia tesi. Indossavo il mio cappellino preferito, di lana fucsia, che lasciava spuntare alcuni riccioli rossi ai lati del mio viso.

«Posso?» disse chinandosi a raccogliere da terra la mia penna stilografica blu, evidentemente mi era scivolata dal blocco di appunti.

«Grazie».

Riuscii solo a dire quello, di colpo un forte calore m’investì in pieno.

«Figurati… buona serata». Scomparve nella folla che si accalcava per aggiudicarsi il posto sull’ultimo autobus della giornata. Il mio, che ora avevo perso. Lui era lì. Io un’ebete, rimasi a fissarlo, mentre nel mio stomaco stava accadendo di tutto, altro che farfalle!  Era alto, moro, tutto avvolto in un cappotto color avio, dal taglio classico e dai baveri alzati, e nonostante la sua sciarpa ricoprisse parte del viso, i suoi occhi scuri ipnotizzavano; non potevo non notarli.   Non potevo immaginare che molto presto lo avrei rivisto. Destino, fortuna, o il caso, quell’uomo affascinante mi aveva stregata, ed era, i casi della vita, uno dei docenti esterni che avrebbero assistito alla mia tesi.

Il giorno dopo.

 

«Taxiiii!» Gridai a gran voce, agitando la mano per farmi notare. L’auto si fermò, salii chiudendo dietro di me la portiera gialla. Ero maledettamente in ritardo, la sveglia non aveva suonato e l’emozione mista alla tensione mi torceva lo stomaco.  Arrivai nell’atrio dell’università, presi l’ascensore e mi diressi al quarto piano, Aula Magna. Lì si sarebbe consumato il mio destino. Gli ultimi sei mesi a scrivere la tesi, e ora ero pronta. Forse. Emozione, adrenalina, e nonostante la mia sicurezza proverbiale, io avevo paura.

«E… se mi si attorciglia la lingua mentre leggo?» pensai, e varcando la porta d’entrata mi diressi verso la cattedra al centro dell’aula.

«Prego… signorina, tocca a lei».    Una voce alla mia destra m’invitò a iniziare la mia lettura. Lui era lì. Fulminea mi girai verso quella voce che riconobbi subito familiare.

«Lui?». La voce mi si strozza in gola appena lo riconosco. Era lì, di fronte a me, seduto in mezzo a una decina di docenti. Evidentemente si era reso conto del mio imbarazzo e cercando di stemperare quel mio momento di sgomento continua.

«Si accomodi signorina, siamo in attesa di ascoltarla».

Volevo sprofondare. Deglutì a malapena la saliva che mi era rimasta. Un brivido mi corse sulla schiena.

«Dio… ma quanto è bello!» dissi con un filo di voce. Seppur imbarazzata ripresi il controllo della situazione. Incominciai la mia presentazione, fluida, decisa e sicura fino alla fine. Dopo l’ultima frase ci fu qualche minuto di silenzio nel quale rimasi immobile su quella sedia, lì al centro della stanza. Mi sentivo come in un’arena, in attesa che da un momento all’altro spuntassero le belve, affamate, pronte a divorarmi. L’applauso fragoroso di tutti i presenti ruppe quell’attesa interminabile.

«Sei stata perfetta, tesoro!».

«Grazie papà» risposi con la voce rotta dall’emozione. L’abbraccio di mio padre era inaspettato, la sua approvazione, sempre poco manifesta, mi rese felice. Tutti si complimentavano con me ma, ed io cercavo quegli occhi. Lui non c’era più. Era svanito.  Delusa, alzai le spalle e mi diressi verso l’uscita.

Come sempre portavo più cose di quante potessi tenerne in mano senza farne cadere a terra una parte. A un certo punto scivolò proprio la tesi appena letta e mi chinai per raccogliere i fogli, sparsi per il pavimento. Indossavo una gonna nera, molto elegante, sobria ma sensuale al punto giusto. Lo spacco ai lati della gonna lasciava intravedere le gambe, avvolte in calze nere di seta, una camicia di raso fucsia aperta sul davanti. Con la testa china, a raccogliere quanto caduto, non mi accorsi che dietro di me c’era Lui. Già Lui. Mi resi conto che non sapevo nemmeno il suo nome.

«Hahahahaha! Maldestra, stanca, o… tra le nuvole?».    Era la seconda volta, quella mattina, che mi metteva in imbarazzo; sembrava averci preso gusto e la cosa m’irritava non poco, Anche perché non ero mai stata una timida, lui, però riusciva a disarmarmi, solo aprendo bocca. Decisi che era il momento di smettere di comportarmi da quindicenne e risposi a tono, nonostante una smorfia, agli angoli della mia bocca, nascondesse il mio sorriso malizioso.

«Cerca di aiutarmi… invece di ridacchiare!» risposi prontamente.    Di nuovo quel brivido. Si avvicinò a me, io mi rialzai, raccogliendo la mia benedetta tesi. Potevo sentire il suo profumo, tanto era vicino. Infilò una mano in tasca, ne estrasse un biglietto che mi porse con nonchalance.

«Chiamami, noi dobbiamo parlare» disse in un sussurro al mio orecchio. Poi, come niente fosse, mi girò le spalle allontanandosi verso il corridoio. Quell’uomo mi piaceva. Troppo. M’incuriosiva quel suo fare misterioso, mi attraeva quel suo sguardo profondo che mi aveva già rapito.  Ora avevo anche il suo numero. Ero stata una “brava bambina” e meritavo il mio premio.

La villa era favolosa, tendoni enormi di raso alle finestre, pavimenti di marmo, arredata in modo elegante e di classe, proprio come si confà a un’hotel a 5 stelle. Un profumo aleggiava nell’aria; tabacco misto a spezie, una miscela afrodisiaca, molto piacevole. Entrammo nella hall e non appena lui si diresse verso la Reception, capì subito che doveva essere qualcosa di più che un docente esterno, venuto nella mia università per assistere alla presentazione della mia tesi di laurea.

Il non conoscere nulla di quell’uomo m’intrigava da morire. Salimmo le scale, al piano superiore, verso le camere. Mi teneva per mano, in silenzio. Io lo seguivo, docile come un gattino, fiduciosa, eccitata. Entrammo in una camera, la 22, e dopo aver richiuso la porta alle nostre spalle lui mi guardò, in silenzio, avvicinandosi a me con fare deciso, tanto da premere il suo corpo contro il mio. Mi spinse contro la parete, io non aspettavo altro. Attendevo quel momento sin da quando lo vidi la prima volta, alla stazione. L’attrazione era troppo forte. Non avevo scampo, ma nemmeno lui ne aveva con me.    Dolcemente, ma con fare sicuro, lui cominciò a sforare il mio corpo con le dita, salendo dal basso verso l’alto.

Arrivò all’altezza dei miei fianchi, ed ebbi un leggero sussulto. Un brivido mi pervase, godevo delle sue carezze, delicate e promettenti. Le nostre labbra cominciarono a cercarsi, a rincorrersi. Poi, sbottonò uno alla volta i bottoni della mia camicetta e le sue mani accolsero la mia pelle, i miei seni. Tutto era fantastico, sentivo crescere la mia voglia di lui e non avevo intenzione di fermarlo per nessun motivo al mondo. Quel meraviglioso momento fu, però, bruscamente interrotto dallo squillo del suo cellulare. Non potevo crederci! Quel momento magico si era frantumato in mille pezzi e lui si allontanò da me per rispondere.

«Perdonami… ci metto solo un paio di minuti. Promesso!».

«Ok, vado un attimo in bagno» risposi.  Quando ritornai nella stanza, lui non c’era più. Era sparito, come volatilizzato. Incredibile, mi lasciò senza una parola, un biglietto, un cazzo di spiegazione.  Non ero semplicemente arrabbiata, ero furibonda!

«Che stronzo…Stronzo!» continuavo a ripetere. Mi rivestii in fretta. «Questa, mio caro, me la paghi!» urlai, e sbattendo la porta me ne andai.

Anna Maria Fazio©2016 Tutti i diritti riservati.

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