A-R-T-E – Artisti si nasce o si diventa?

 

A-R-T-E

Artisti si nasce o si diventa?

 

Tra le tante mail che ricevo inerenti a proposte di esposizioni d’arte e quant’altro, ne ho ricevuta una da una galleria importante (credo), ma anche fosse arrivata da una qualsiasi altra città della nostra bella Italia, e meno importante, NON avrebbe fatto differenza; provenienze diverse e mittenti diversi, autorevoli o meno, stesso contenuto, stesso mero significato. Fotterti (perdonate l’ espressione poco signorile), ma è questo, in definitiva ciò che fanno. E non solo l’ artista (essere umano) ma il senso stesso del termine Arte.

ARTE=
Amore
Ragione
Tormento
Empatia
Amore, perché solo con esso nascono le cose più belle.
Ragione, perché grazie alla razionalità l’artista torna a riappropriarsi della sua veste umana, e “ritorna” dall’aldilà, da quel suo mondo a parte che altrimenti lo trascinerebbe nella follia.
Tormento perché creare, per lui, è tormento, passione, inquietudine e dolore.
Empatia, perché è protagonista, creatore, e fruitore dell’opera, cerca l’immedesimazione, ne accetta tutte le conseguenze.

Ma veniamo al contenuto di questa mail. La proposta di un seminario per artisti; in pratica t’ insegnano a diventare artista, competitivo, appetibili per collezionisti d’ arte (qui avrei tanto da dire da scriverci un post a sé, che presto mi riprometto di fare).
Giustificano la necessità di queste nozioni come indispensabili e si lamentano di artisti incompetenti per quanto riguarda il marketing, l’autopromozione, disinformati sul mercato, su quali siano i generi che at-tirano la clientela e fanno vendere i quadri.
Perché ciò che più conta davvero, per un artista è vendere?
Allora: premesso che questi signori, stimati e simpaticissimi non hanno la sfera di cristallo, non hanno il potere di garantire a un artista di vendere quadri e poter così esaudire il sogno di vivere d’arte.
Hanno però la presunzione di convincerti, di inculcarti nella mente, di confonderti con l’idea che un artista, degno di potersi definire tale, è solo colui che vende e quindi, guadagna. In poche parole se non vendi quadri, non sei per nulla un artista. In sempre meno parole un artista è poco più di un artigiano. Puoi fare bene o meno il tuo lavoro, ma se non investi (si chiama così adesso) non arrivi da nessuna parte. Lo stesso modus operandi adottato dalle case editrici a pagamento che chiedono contributo agli autori per pubblicare il loro libro. Stessa frittata.
Io, in dieci anni di “percorso artistico”, ne ho sentite di tutti i colori. E quante fregature, risultato d’ingenuità, aimè, ho ricevuto. Coerente però al mio pensiero, vado avanti, anche se non vendessi più un quadro non m’importerebbe. Potete crederci o meno, non mi tange. Non è per questo che io sono nata, non è questo che non mi fa dormire la notte.

La gente non legge. Non leggono nemmeno quei galleristi o curatori d’arte, che spulciano su Google i nomi di artisti cui fare le loro proposte, senza nemmeno sprecarsi a leggere cosa scrivono sui loro siti, quale sia o meno la loro politica artistica e di pensiero. Non si fermano a pensare, a riflettere.
Se lo facessero, cambierebbero strada. Ognuno, Però, fa il proprio lavoro, e quello è il loro.
Quest’atteggiamento, quest’opinione errata di chi si definisce ”addetto del settore” è, a parer mio – qui non nego che mi dispiace non essere in compagnia – portatore di una convinzione quanto mai errata, e che vendere quadri sia l’aspirazione massima di TUTTI gli “artisti” o meglio, io definirei pittori.
Eh sì, perché il sacro fuoco dell’arte o l’hai o non l’hai. Non ti svegli una mattina decidendo di voler fare l’artista, e ti metti a dipingere tramonti o paesaggi o quadri astratti in “serie”, adatti al Mercato, alla vendita. Questo modo di “fare“ arte produce il desiderio di “arrivismo” mercificato, atto solo a gonfiare i portafogli degli ”addetti del settore”, e anche di quella parte di artisti che, convinta sia l’unica strada per avere successo, preferisce “essere uno dei tanti, e produrre arte senz’anima, piuttosto che uno dei pochi, dei rari che l’anima la mescola ai colori.
La difficoltà, per un artista, non sta nel riuscire a inserirsi nel mercato , ma sta nel riuscire differenziarsi dalla massa, proclamare la sua unicità, nel pensiero e nel concetto stesso di artista, di creazione, di produrre un qualcosa che permetta quell’empatia con l’opera da parte dello spettatore, dell’appassionato, del “ricevente”. Lì, entra, per me, in azione il collezionista. Il collezionista non ha interesse a investire su una crosta qualunque, su un’opera diversa, solo perché cambia il nome dell’autore, ma che non gli parla, non gli grida nulla, assolutamente nulla, se non quanto a sborsato per acquistarla e appenderla dietro al divano.
Ovvio, la legge del libero arbitrio permette all’essere umano, artista o meno, di scegliere la propria strada, facile, spianata, per alcuni, lastricata e impervia per altri.

Infondo, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
C’est la vie.

Lieta di servirvi

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