Rapsodia in nero – Terza puntata

3 – Dove tutto ebbe inizio –  di Massimo Soccol

A tratti gentile, a tratti collerica.

Lui adorava questo lato di lei, la prima volta che andò a trovarla fu accolto con uno sguardo sperduto e arrabbiato.

Era reduce da una sbronza, fragile ma combattiva allo stesso tempo.

Sapeva di essersi incrinata da qualche parte nella sua anima, ma la scorza esterna era ancora ruvida e compatta.

Molto simile era il suo corpo. Anche la sua parte fisica era stata corrotta all’interno, ma la superficie in vista era stupenda. Diletta era una donna bellissima. Ai suoi occhi era l’immagine della perfezione. Una poesia così sublime da stordirlo, da lasciarlo intontito.

Quando andò a casa sua fu per uno scrupolo professionale. Doveva recuperare. Era letteralmente fuggita dal suo studio senza permettergli di dire o fare nulla. Però sapeva come funzionano queste cose. L’aveva lasciata metabolizzare e poi si era presentato da lei per riprenderla prima che le scivolasse via del tutto.

Solo che stavolta era diverso. La reazione della paziente era in linea con le aspettative. La presa di coscienza del suo male aveva fatto il suo decorso e lui poteva intervenire, ma la cosa inaspettata era la propria reazione. Quella del dottore.

Andrew era bloccato, il brillante dottor Folder che da anni curava pazienti affette dal cancro ora non sapeva come gestire la situazione. Aveva calmato le anime più infuriate e rasserenato le gli

spiriti più afflitti, ma ora di fronte a lei… non sapeva che fare.

“Cosa diavolo vuole?” la frase lo scosse. Era stata pronunciata in tono di sfida e lo sguardo era quello di una tigre ferita e quindi ancora più pericolosa.

Andrew balbettò qualcosa e riuscì ad entrare in casa. Avrebbe voluto ripetere il solito collaudato copione, con le varianti del caso. Avrebbe dovuto ricomporsi e tornare nella sua parte. Invece riuscì

solo ad appoggiare la valigetta sul tavolino da fumo dopo essersi seduto sul divano. Il resto era confuso.

Tutto quello che successe dopo fu lo spezzarsi di una ramificato fustello di regole morali, pura etica borghese che si infrangeva. Quella donna gli aveva sussurrato versetti neri che potevano inquinare la coscienza di un bambino.

Lui era lì con lei, il suo corpo era lì. Seduto di fronte al suo, ma la sua mente era altrove. La gambe affusolate di lei, scoperte dalla camicia di foggia maschile rivelavano un fisico atletico, abituato alle sfide. Tenace e che non si arrende.

Le mani sottili dalle dita lunghe dipingevano una donna dolce capace di carezze e amore. I capelli color rame dolcemente arruffati le cadevano in avanti illuminando il bel volto. Le labbra lo fecero perdere in un labirinto morboso.

“Perché si è dato tanta premura? Sarei passata da lei nei prossimi giorni.”

“Signorina Marchall…” in un tentativo di riprendere il controllo della situazione “lei è giustamente sconvolta, ma deve sapere che…”

non riuscì a terminare la frase. “Dottor Folder, cosa crede di fare venendo a trovarmi qui? A casa mia? Crede di rendere in questo modo più accettabile la situazione?” parlando si alzò imperiosa come una mantide.

“Diletta si calmi, si sieda.” disse senza troppa convinzione.

“Le dirò io cosa può fare per me dottore.” E come una mantide affamata si avvicinò al maschio.

“Aspetti…” gemette senza nemmeno cercare di sembrare convincente.

Lei attraversò lo spazio che li divideva con ampie falcate, la cosce in vista fecero avvampare il volto di Andrew. Le punte dei piedi sembravano fluttuare come se non toccasse terra, un bottone della camicetta si slacciò da solo. Poi un ginocchio di lei si posò sul divano sfiorandogli la coscia.

Un mormorio appena accennato si strozzò in gola. A tutti e due.

Tutto ebbe inizio lì.

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